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Clamoroso al quotidiano La Città: i giornalisti tornano al lavoro dopo lo sciopero e trovano le porte chiuse

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Porte chiuse alla redazione de La Città. E’ la scena che si sono trovati davanti i giornalisti del quotidiano salernitano che questa mattina erano tornati al lavoro dopo gli ulteriori cinque giorni di scioperi indetti in seguito ai 4 licenziamenti decisi dalla proprietà. “Stamattina siamo arrivati al giornale – spiega Piero Delle Cave, componente del Cdr – e abbiamo trovato le porte chiuse. Dalla segreteria hanno fatto trapelare che era in corso un consiglio di amministrazione, ma in un altro luogo rispetto alla sede della redazione. Non capiamo, quindi, cosa stia succedendo. E’ una situazione molto strana. Ho informato la Prefettura di Salerno, che sta seguendo la vicenda, e anche i nostri sindacati. Non ci era arrivata alcuna comunicazione di questa decisione inattesa e inspiegabile”.  “Rinnovo la mia vicinanza e solidarietà ai giornalisti del quotidiano La Città. Seppure ci possano essere vertenze sindacali in atto, questi non sono certo i modi per risolverle. Parliamo di una testata autorevole, voce puntuale di un territorio che non può e non deve morire. Non entro nella logica imprenditoriale, ma reputo questo atto incomprensibile e violento che fa giustizia sommaria di quelle che sono le indiscusse professionalità presenti nella redazione. Resto basito. Mi augurio si possa trovare un punto di incontro. Le questioni sindacali si devono trattare con lealtà, umanità e rispetto dei lavoratori”. Il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, ha cosi’ commentato la situazione che i giornalisti del quotidiano salernitano si sono trovati davanti stamane, quando – una volta rientrati al lavoro dopo ulteriori cinque giorni di sciopero, hanno trovato le porte della sede del giornale chiuse. “Andremo avanti – dicono i componenti del CdR del giornale – per avere giustizia. Abbiamo allertato il 112 e stiamo attendendo una pattuglia che arrivera’ sotto la redazione. Tramite il sindacato regionale Sugc abbiamo fatto recapitare una comunicazione all’azienda con la richiesta di avere indicazione sull’odierna giornata lavorativa, in quanto non ci hanno fatto accedere ai luoghi di lavoro”.

Cronache della Campania@2018

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La Colombia demolisce il fortino di Escobar a Medellin: un parco ricorderà le vittime

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Il fortino di Pablo Escobar, signore della droga colombiano, è stato distrutto a colpi di esplosivo.
La demolizione, organizzata dal Comune, è il primo passo per sostituire il palazzo con un parco dedicato alle vittime del narcotrafficante. “L’edificio Monaco crollerà. Non si tratta di nascondere la storia ma di cominciare a raccontarla in omaggio ai nostri veri eroi: le vittime”, ha scritto il municipio su Twitter. Gli otto piano del bunker, ora quasi in rovina ma un tempo di lusso stravagante, dove con la famiglia viveva il ‘capo’ del cartello di Medellin sgominato nel 1993 dalla polizia, sarà demolito alle 11 locali (le 17 italiane) di venerdì. La Colombia intanto, nonostante la sconfitta di Escobar e di altri grandi narcos, resta il principale produttore di cocaina del mondo, gli Usa il primo consumatore.Al posto dell’edificio sorgerà un parco di 5mila metri quadrati, che ricorderà le migliaia di persone uccise nel periodo più violento del ‘narcoterrorismo’, nei decenni ’80 e ’90, quando i cartelli della droga colombiani conducevano una guerra senza tregua. La demolizione rientra in una campagna del comune di Medellin che vuole raccontare l’altra faccia della storia, ignorata da serie tv e percorsi turistici, ideati sulle tracce dei ‘narcos’ e per cui il palazzo Monaco è una tappa pressoché obbligata. Ogni giorno gruppi di persone arrivano in visita al fortino bianco, costruito negli anni ’80 da Escobar nel cuore di El Poblado, uno dei quartieri più eleganti della città. Ora il palazzo è abbandonato, ma per anni ha ospitato vari enti pubblici, tra cui anche la polizia. Alla guida di un vero impero del crimine, Pablo Escobar è stato una delle persone più ricche del mondo, secondo Forbes. Ma dall’anno scorso i turisti che partecipano ai ‘narcotour’ vedono sui muri del palazzo poster che ricordano gli altri protagonisti, che il municipio intende ricordare: poliziotti, giornalisti, giudici e altre persone assassinate su ordine del ‘re della cocaina’. “Rispettate il nostro dolore, onorate le nostre vittime (1983-1994) – 46.612 vite in meno”, si legge su uno dei cartelli, che scomparirà nell’esplosione, oltre 25 anni dopo la morte del criminale (il 2 dicembre 1993). Anche l’Hacienda Napoles, immensa proprietà nel nordovest della Colombia dove Escobar aveva creato uno zoo, è stata trasformata in un parco. Le 443 casette che aveva fatto costruire per delle famiglie che vivevano in una discarica di Medellin restano invece in piedi: a Escobar valsero il soprannome di ‘Robin Hood colombiano’.

Cronache della Campania@2018

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Formigoni: amici sui social, non si processa la storia

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“Non si condanna una storia” è il claim postato sui social network da alcuni amici e sostenitori di Roberto Formigoni, dopo la notizia della sua condanna definitiva. “L’ho conosciuto quando era presidente della Lombardia e io ero sindaco di Magenta – ha spiegato il consigliere regionale di Noi per l’Italia Luca Del Gobbo – C’e’ grande amarezza per lui e per un modello vincente, quello della sussidiarietà, per noi e per il Paese”. “La mia amicizia, stima e gratitudine per Roberto Formigoni resta immutata” ha scritto su twitter l’ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi definendolo un “bravissimo amministratore pubblico” che “ha trasformato la Lombardia nel modello di buon governo di cui milioni di cittadini oggi ancora godono i frutti”. Lunghissimo il post affidato ai social dell’assessore regionale all’Ambiente Raffaele Cattaneo, che di Formigoni è stato strettissimo collaboratore: “Roberto Formigoni non e’ un corrotto! Non è un malfattore, un ladro, un poco di buono”. “Formigoni – ha osservato – non e’ il capo di una banda di criminali semplicemente perché la Lombardia non e’ stata governata per 18 anni da un gruppo criminale, ma da un Presidente e intorno a lui da una squadra composta innanzitutto da cattolici che hanno preso sul serio la vocazione alla politica come forma più alta di carità”. Un lavoro da parte dei cattolici che deve continuare anche per l’ormai ex governatore “per fare anche la sua parte”.

Cronache della Campania@2018

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Corruzione elettorale e soldi alla famiglia del superboss Messina Denaro: tre arresti e deputato di Fi indagato

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La Dda di Palermo ha notificato un avviso di garanzia con invito a comparire al deputato regionale di Forza Italia Stefano Pellegrino. Il parlamentare é indagato di corruzione elettorale nell’ambito dell’inchiesta dei carabinieri di Trapani che oggi ha portato al fermo di tre imprenditori accusati, tra l’altro, di aver finanziato la famiglia del boss latitante Matteo Messina Denaro. In carcere infatti sono finti gli imprenditori Calogero Jonn Luppino, campobellese di 39 anni, suo zio Salvatore Giorgi, 60 enne anche lui di Campobello di Mazara, e Francesco Catalanotto, castelvetranese gestore di un centro scommesse a Campobello di Mazara. Arrestato anche Francesco Catalanotto, considerato l’anello di congiunzione operativo tra Luppino e la famiglia di Castelvetrano. Catalanotto vantava una particolare vicinanza con Rosario Allegra, cognato del boss latitante Matteo Messina Denaro. Sono accusati di associazione mafiosa, estorsione e altro. Le indagini dei carabinieri hanno monitorato la rapida ascesa imprenditoriale di Luppino nel mondo delle scommesse e giochi online, che sarebbe stata favorita dagli affiliati ai mandamenti mafiosi di Castelvetrano e Mazara del Vallo, che obbligavano i vari esercizi commerciali a istallare stumenti delle società di Luppino e Giorgi, pena pesanti ritorsioni. Dal canto suo Luppino, coadiuvato da Giorgi che gestiva la cassa dell’associazione mafiosa in questo settore, si occupava delle spese legali e delle altre necessità del boss detenuto Franco Luppino, nonché del finanziamento dei vertici delle famiglie mafiose di Campobello di Mazara, Mazara del Vallo e Castelvetrano.In corso anche un sequestro beni per circa 5 milioni nei confronti degli indagati. Le indagini dei carabinieri, coordinati dalla Procura di Palermo, hanno permesso di monitorare la rapidissima ascesa imprenditoriale di Luppino nel mondo delle scommesse e dei giochi on line. A garantirne il successo sarebbero stati i clan mafiosi di Castelvetrano, paese di origine del boss ricercato, e Mazara del Vallo, che obbligavano gli esercizi commerciali a installare i device delle società di Luppino e Giorgi, minacciando di ritorsioni i titolari che si rifiutavano. Luppinno, con l’aiuto di Giorgi, che gestiva la cassa del “mandamento” mafioso, provvedeva alle spese legali e alle altre necessita’ del boss detenuto Franco Luppino e al finanziamento dei vertici delle famiglie mafiose di Campobello di Mazara, Mazara del Vallo e Castelvetrano. Attraverso il terzo fermato, Francesco Catalanotto, molto legato al cognato di Messina Denaro, Rosario Allegra, inoltre venivano fatti arrivare soldi alla famiglia del padrino latitante. E’ in corso anche un sequestro beni (circa 5 milioni) nei confronti degli indagati.

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