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Cronaca

Dal primo luglio chiudono 300 laboratori di analisi in Campania: in bilico 3mila posti di lavoro

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L’attuale quadro normativo campano prodotto dal susseguirsi di Commissari nel corso degli anni, ha imposto l’obbligo di aggregazione dei laboratori di analisi clinche subordinandolo ad un modello organizzativo basato su hub&spoke determinando la chiusura di centinaia di laboratori che vengono trasformati in punti prelievo. Il giorno 30 giugno sarà il termine ultimo, oltre il quale se non cambierà qualcosa, circa 300 laboratori sotto la soglia delle 200 mila prestazioni saranno costretti a dismettere l’attività con il conseguente licenziamento della maggior parte del personale addetto. Il nuovo modello, per come è strutturata la rete dei laboratori nella Regione Campania, non porterà alcun risparmio economico per il Servizio Sanitario Regionale bensì comporterà solo un drastico ridimensionamento dei laboratori privati con una violazione delle norme a tutela della concorrenza e l’accentramento della fase analitica in pochi hub centralizzati. Condizione questa che non garantirebbe risposte urgenti con lo spostamento giornaliero di migliaia di campioni biologici da una parte all’altra della regione. Da oltre mezzo secolo e fino ad oggi il modello della diagnostica di laboratorio Campano è risultato essere uno dei più virtuosi in Italia. Infatti se è vero che la qualità è il rapporto tra “caratteristiche del servizio in relazione al prezzo” il modello campano rispecchia a pieno tale principio in quanto, pur essendo le prestazioni remunerate con un tariffario più basso d’Italia, non viene minimamente minata la qualità del servizio reso. Dove per qualità si intende soprattutto il rispetto delle norme vigenti e delle linee di indirizzo fissate dalle società scientifiche in ambito di precisione analitica e, quindi, di caratteristiche tecniche. La qualità va valutata anche per le caratteristiche del servizio, ovvero essere in grado di consegnare un referto velocemente, in giornata o in pochissime ore, se non addirittura nell’arco di un’ora. “Con l’applicazione della normativa attuale” spiega ai Fatti di Napoli il Dr. Salvatore Cortese, biologo esperto in certificazione di qualità e titolare di un laboratorio destinato a chiudere, “dal 1 luglio, il trasferimento dei campioni potrebbe comportare una deperibilità che può alterare il risultato analitico. Ma la cosa più incredibile è che la perdita di tanti posti di lavoro avviene sotto gli occhi di chi ci governa da anni e senza che nessuno dica o faccia qualcosa. Il paradosso è che la Regione Campania, obbliga la chiusura dei laboratori e poi cerca di creare posti di lavoro, magari spendendo altri soldi mentre questi sono posti di lavoro a costo zero, ovvero dei circa 120 milioni di euro stanzianti per garantire circa 35 milioni di prestazioni di laboratorio che erogano le strutture private accreditate, non si risparmierà neanche un centesimo di euro con l’aggregazione coatta. Per questo non ha nessun senso chiudere i laboratori e perdere migliaia di posti, visto che il badget di spesa resta sempre lo stesso. L’aggregazione, oltre ad arrecare danni, serve solo ad arricchire i pochi grossi gruppi a discapito dei tanti piccoli professionisti e dei loro dipendenti. Fino a fine mese 300 laboratori sono ancora in ballo, Se non ci si muove ci sarà la perdita di migliaia di posti ed entreranno in crisi circa 50 aziende lavorative del sistema dell’indotto. La politica ha l’obbligo di farsi carico di questi lavoratori e delle relative aziende che sono in ginocchio. Altrimenti ci ritroveremo tra due anni, quando saranno terminati i sussidi, altri disoccupati troppo maturi per iniziare un altro lavoro e troppo giovani per andare in pensione. Questa tragica situazione rappresenta l’espressione di un meridione abbandonato e di un paese dove ci si occupa solo delle questioni che vengono alla ribalta delle cronache” conclude Cortese.

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Cronaca

Napoli, la camorra del rione Sanità, il boss Sequino al figlio: ‘Con la zia Patrizia è un problema che va risolto. Piano, piano’

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“…erano sempre armati ogni volta che per esempio sono andato da “Gianni Gianni” che abita in un palazzo al primo piano a via Santa Maria Antesaecula, anche se dorme in un’altra abitazione sempre nella stessa strada; ho sempre visto gli uomini del clan che si intrattengono nella strada armati di pistole. Altre volte in cui li ho visti armati è stato quando, dopo l’uccisione di Carmine Lepre detto “Pulpetton”, per paura di reazioni, hanno scortato Totore Esposito andandolo a prendere al Cavone di piazza Dante per portarlo a casa di “Gianni Gianni” e per poi riaccompagnarlo a casa; erano armati ed in più di un’occasione hanno mostrato le armi”. La puntualizzazione e il racconto del pentito Rosario De Stefano hanno dato ai magistrati della Dda di Napoli l’ennesimo spunto investigativo per far capire loo il grado di pericolosità del clan dei fratelli Salvatore e Nicola Sequino e a che puto di non ritorno era arrivato lo scontro con i Vastarella. Non a caso pochi giorno dopo il duplice omicidio del 3 agosto 2016 in vico Nocelle a Materdei, dove furono uccisi il boss emergete del Cavone, Salvatore Esposito e Ciro Marfè e ferito gravemente Pasquale Amodio, tutti legati ai Sequino, il boss Nicola intercettato in carcere con il figlio Gianni dice: “Mi devi stare a sentire. Mi devi morire tu con un tumore a papà. Perché io lo so che tu lo volevi bene a Ciro (Ciro Marfè, ndr). Perché si vede, perché … (incomprensibile, ndr)…tu ti fidi di me?; Gianni (annuisce con il capo, ndr); Nicola: ?E non ti preoccupare!! Con la zia Patrizia (il boss Patrizio Vastarella, ndr) è un problema che va risolto. Piano, piano” .
Il padre spiegava al figlio che Patrizio Vastarella era complice dell’agguato perpetrato e che era tutto finto il suo comportamento di essersi sentito offeso per l’agguato eseguito quando lui aveva fatto da garante di un incontro pacifico. A questo punto Giovanni Sequino capiva la falsità di tale comportamento ed intuiva la reale portata del complotto architettato per assassinare Salvatore Esposito, al quale avevano partecipato Patrizio Vastarella, in qualità di finto paciere Salvatore Sacco, in qualità di garante del luogo ove doveva avvenire l’incontro, Vincenzo Romano, in qualità di parte interessata in rappresentanza dell’alleato clan Lepre, ed altre persone.
Nicola = Praticamente lui lo sa che … diciamo … si è assunto la responsabilità di questa cosa che è successa?
Gianni = No! Perché disse: Io sto pieno di collera.
Nicola = A perché quello lo porta come se quello gli avesse fatto la mancanza anche a lui
Gianni = Bravo! Nicola = E’ vecchia. Quello deve parlare … dovrebbe parlare con me. –Gianni = ( annuisce con il capo sorridendo, ndr)
Nicola = Lo dovrebbe dire a me che sta preso di collera.
Gianni = Ha fatto un cerchio lui (VASTARELLA Patrizio, ndr), Enzuccio (ROMANO Vincenzo, ndr), ‘O Scugnato (SACCO Salvatore, ndr) …(incomprensibile, ndr)… ha fatto un cerchio ha fatto.
Nicola = …(incomprensibile, ndr)…
Gianni = Sicuro papà! Poi può essere anche che mi sono sbagliato.
Nicola = (annuisce, ndr)”
Padre e figlio parlavano del colloquio in carcere che “Gianni Gianni” aveva intenzione di sostenere con lo zio Salvatore Sequino, noto per avere un carattere più caldo, e Nicola riferiva al figlio di ricordare allo zio che lui stesso si era raccomandato di tenere la calma. Le intercettazioni sono contenute nelle 514 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Emiliana di Palma e che quattro giorni fa ha portato in carcere 26 esponenti dei due cartelli criminali in lotta per il controllo degli affari illeciti nel rione Sanità.
Rosaria Federico
4 continua
Cronache della Campania@2018

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Cronaca

Napoli, la grande truffa dei lavori in via Marina e il manager-clochard pagato poche centinaia di euro

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Quando i finanzieri hanno iniziato a scavare in un circuito di soldi veri e fatture fale, in una piramide di carte e documentazioni nell’ambito del cantiere che porterà alla riqualificazione di via Marina a Napoli sono arrivati a Luigi Esposito. Il suo nome è tra i destinatari delle misure cautelari emesse dal gip del tribunale di Napoli. Luigi Esposito in realtà è un senza fissa dimora, praticamente un senzatetto utilizzato come prestanome per poche centinaia di euro. Nei fatti però Esposito era considerato come il liquidatore di una delle società che emetteva fatture, l’uomo è stato interrogato dalla Guardia di Finanza ed ha negato di aver posseduto un conto corrente e di non conoscere il nome della società che, almeno formalmente, gestiva. L’uomo ha raccontato di essersi limitato a seguire una persona che conosceva nello studio di un notaio nel casertano in cambio di poche centinaia di euro.
Tutto parte nel febbraio del 2017. Achille Prospero, uno delle sette persone finite ai domiciliari, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, si presenta negli uffici del consorzio “Asse costiero Scarl” e consegna una fattura di oltre 148mila euro e poco più di 75mila euro in contante. Soldi cash che vengono divisi al cospetto dei fratelli Umberto e Vincenzo Ianniello, oltre ai fratelli Pasquale e Mariano Ferrara. Questo denaro veniva diviso in mazzette di 5mila euro e distribuito. Secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza questi soldi sono frutto di finanziamenti sbloccati dalla comunità europea grazie alle carte, ritenute false, presentate dalla stazione appaltante ovvero il comune di Napoli che attestato lavori e forniture.
“Prospero – scrive il gip della procura di Napoli – è un oscuro intermediario e gestore di fatto della Exchange, provvede a far rientrare il denaro in contanti riguardo alle fatture false pagate dal consorzio in favore dei fratelli Ferrara e Ianniello, che utilizzeranno le stesse riferibili ad operazioni inesistenti per conseguire gli illeciti profitti costituti dal rimborso di costi mai sostenuti dalle società consorziate ad essere riferibili, inducendo in tal modo in errore i pubblici ufficiali preposti all’istruzione e liquidazione degli importi da corrispondere”. Questo sistema secondo i giudici avrebbe procurato anche un danno economico all’intera collettività oltre che del comune di Napoli.
Cronache della Campania@2018

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Cronaca

Napoli, ondata di furti d’auto tra Frullone, Chiaiano e Marianella. Un residente: ‘Ho subito 4 tentativi in meno di un mese’. IL VIDEO

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Napoli. “Abbiamo ricevuto una serie di segnalazioni circa l’ondata di furti di automobili nell’area compresa tra il Frullone, Chiaiano e Marianella. I cittadini lamentano la scarsa presenza delle forze dell’ordine che, nonostante l’impegno, non riescono a far fronte all’emergenza. Servono maggiori risorse e l’aumento dell’organico per presidiare il territorio in maniera efficace. Il ministro Salvini ha promesso che si sarebbe occupato delle istanze dei cittadini, risponda con i fatti”. Lo affermano il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e il conduttore de “La Radiazza” su Radio Marte Gianni Simioli. “Abito in un parco di Via Emilio Scaglione – spiega uno dei residenti – nell’ultimo mese ho subito ben quattro tentativi di furto della mia auto. L’ultimo si è consumato questa mattina (venerdì 22 febbraio ndr) quando, alle 5,39, dei ladri con il volto travisato hanno tentato di introdursi nella vettura, per portarla via. Le videocamere di sorveglianza hanno ripreso tutto. Purtroppo non sono l’unica vittima. Nel quartiere ci sono tante persone che hanno subito dei furti di automobili. Nelle ore notturne – conclude – avvertiamo l’assenza delle forze dell’ordine”.


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